Montemesola – Parco Naturale Regionale Terra delle Gravine
Data:
5 Agosto 2026
Il Parco Naturale Regionale Terra delle Gravine è una riserva naturale istituita nel 2005 che si trova in Puglia, in provincia di Taranto, tra il Salento e la Valle d’Itria, al confine con le province di Brindisi e Matera. Esso include 28 mila ettari di territorio, incastonato tra l’altopiano della Murgia tarantina ed il Mare Jonio.
I Comuni del Parco
Castellaneta, Crispiano, Ginosa, Grottaglie, Laterza, Martina Franca, Massafra, Montemesola, Mottola, Palagianello, Palagiano, San Marzano di San Giuseppe, Statte, Villa Castelli

Storia
La presenza umana nel territorio del Parco ha origine antichissime. Forme di trogloditismo civile sono conosciute sin da 750.000 anni fa e cioè da quando l’uomo cominciò a padroneggiare l’uso del fuoco. Le abitazioni trogloditiche in grotte naturali divennero pressoché comuni nel periodo glaciale denominato Würmiano, ossia nel Paleolitico medio (80.000 – 50.000 anni fa) e nel Post Würmiano. Il Neolitico è invece caratterizzato dalle prime tracce di adattamento artificiale di grotte naturali alle esigenze umane nel frattempo accresciutesi.
Le prime testimonianze nell’area delle gravine le possiamo quindi già riscontrare durante l’Età del bronzo che rivelano come il territorio tarantino avesse già grande rilievo come documentato da tutta un’articolata tipologia funeraria che è caratteristica di questo periodo.
Nel corso dell’Età del Ferro, o Villanoviana (X-VIII secolo a.C.), comparvero nuove relazioni interregionali (con la preminenza, forse, di una matrice balcanica) che, interagendo con le istanze locali, diedero vita ad una cultura nuova, la prima propriamente regionale, denominata iapigica.
Da un punto di vista urbanistico questa condusse a termine il processo, da lungo già avviato, di progressivo concentramento degli insediamenti, con il contestuale abbandono delle grotte ad uso abitativo.
In Età Classica, quindi, l’abitazione ipogea sembra essere poco usata nell’Europa temperata, mentre in Età Preistorica le grotte erano state abitate dall’uomo prevalentemente per difendersi dal freddo della glaciazione Würmiana, mentre in epoche storiche più recenti le motivazioni sembrano essere esattamente opposte e quindi legate al differente andamento climatico.
Il ritorno, quindi, dell’importanza relativa degli insediamenti rupestri si presenta più in là nella storia e precisamente nel cosiddetto Alto Medioevo dove prese le mosse la cosiddetta “civiltà rupestre” con la realizzazione delle prime strutture civili e religiose nelle gravine e nelle loro immediate vicinanze, rimaneggiando, in molti casi, le preesistenti strutture neolitiche. Tale fase storica si protrasse quasi ininterrottamente dal 680 all’850 circa, fino alla conquista dei Saraceni, ed al successivo ritorno dei Bizantini (880). L’Alto Medioevo si pone in netta discontinuità con il sistema economico-sociale tardoantico, in quanto la ricorrenza di guerre, pestilenze, mutamenti climatici e crollo demografico esaurirono lo slancio che aveva ispirato il sistema agrario tardoantico. L’occupazione longobarda creò le condizioni per l’instaurarsi di un nuovo modello insediativo del territorio favorendo l’aggregazione della popolazione mediante la costruzione di chiese e monasteri rurali. In questa nuova trama insediativa, del tutto spontanea, si iscrive anche la gran parte degli insediamenti rupestri.
Successivamente al periodo bizantino e precisamente tra il XIV e il XV secolo la vicenda trogloditica pugliese si avvia al suo epilogo. Infatti la crisi e lo spopolamento di molti villaggi, in questo periodo, si accompagnarono al più generale fenomeno di crescita dell’importanza delle città a svantaggio del contado.
A questo si deve aggiungere l’entità del mutamento climatico che favorì nel nostro territorio una generalizzata decadenza dell’uso abitativo della grotta, verificatasi a partire da quei secoli anche nelle cittadine sorte su insediamenti trogloditici, in quanto, nel XIV secolo si assistette ad una brusca degradazione climatica, preludio della cosiddetta piccola età glaciale. Nella Puglia il periodo particolarmente fresco e umido si protrasse sino alla metà del Cinquecento, quando inizio la vera e propria piccola età glaciale, i cui rigori si sentirono sino alla metà dell’Ottocento.
E’ evidente che il nuovo regime climatico doveva aver mutato abbastanza rapidamente le condizioni di zona arida, entro le quali era stata maturata la scelta trogloditica del coloni bizantini: non aveva, perciò più molto senso rimanere nelle gravine, visto che l’acqua era abbondante in ogni zona del territorio, né vivere nelle grotte, dato che la temperatura media si era di molto abbassata in ogni stagione.
Quindi, sia per motivi storici che per motivi climatici, la “cosiddetta civiltà rupestre” conosce il suo epilogo regalandoci, però, per l’oggi, stupende testimonianze di un lungo e stratificato passato dominato da influssi stranieri che hanno così caratterizzato il nostro territorio e che rappresentano un indubbio patrimonio da valorizzare e proteggere.
Geologia
Dal punto di vista geologico la Puglia costituisce la più estesa area affiorante dell’avampaese appenninico-dinarico. Si tratta di una porzione di crosta continentale a struttura regolare, frammento del supercontinente africano che prosegue anche nell’antistante area adriatica. In particolare nell’Italia meridionale, nel settore che comprende la Campania, la Basilicata e la Puglia sono presenti tre unità strutturali: la catena sud-appenninica, l’avanfossa adriatica meridionale (fossa Bradanica) e l’avampaese apulo. Questo sistema catena-avanfossa-avampaese può essere schematizzato come segue: l’avampaese apulo è rappresentato da tre settori: Gargano, Murge e Salento; l’avanfossa Adriatica dalla piana del Tavoliere e dai depositi calcarenitici ed argillosi del Pliocene superiore-Pleistocene inferiore e la catena appenninica dai suoi fronti più esterni, individuati dai Monti della Daunia.
Nella Puglia centro-orientale (Murge) affiora direttamente ed estesamente buona parte della potente successione del Mesozoico costituita quasi esclusivamente da calcari, sedimentatisi in ambiente di mare poco profondo e in particolare affiorano facies che si sono evolute durante tutto il Cretaceo inferiore in condizioni ambientali tropicali o sub-tropicali, con un clima caldo-umido ed un mare basso, popolato da una fauna marina composta per lo più da bivalvi ed invertebrati che hanno permesso la sedimentazione di fanghi e sabbie carbonatici.
In questo contesto geologico si inseriscono processi di natura geomorfologica che, a partire dalle parti più alte delle Murge, segnano il paesaggio pugliese con decine di incisioni più o meno profonde come se fossero profondi graffi nelle coperture carbonatiche Plio-Pleistoceniche ma incisi spesso sino ai calcari mesozoici del basamento, che in tutta la Puglia a sud dell’Ofanto sono chiamate “gravine”.
Le “gravine”, nelle attuali condizioni climatiche, hanno poche acque che saltuariamente però scorrono con impeto ed alta energia. In altre condizioni climatiche, relative ad un non recente passato, esse hanno fatto fluire più o meno grandi quantità di acque, in funzione di quelle disponibili al bilancio idrologico.
I processi che le hanno generate sono tanto articolati da richiedere per tali forme almeno la formulazione di due interpretazioni genetiche, con tutte le vie intermedie che sono proprie della classificazione delle forme dell’ambiente fisico.
Questi caratteri morfologici non possono che essere indizi di una differente genesi: infatti le “gravine”, le “lame”, i “valloni” con profilo a “V” sono, a tutti gli effetti, simili ai canyons nordamericani, solchi di sovra imposizione modellati dal fluire dell’acqua in regioni di sollevamento tettonico, con tendenza all’approfondimento adattando il loro profilo di equilibrio al livello di base rappresentato dal livello del mare. Il sollevamento regionale delle Murge interferendo con i ciclici abbassamenti del livello eustatico del mare, ha permesso che quelle acque, la cui quantità è stata condizionata da variazioni climatiche, scorrendo incanalate ed incassate, approfondissero il loro effetto erosivo sino a disegnare le bellissime e selvagge gravine di Laterza, di Ginosa, di Castellaneta, di Leucaspide sicuramente tra le più maestose forme di questo paesaggio fisico.
Invece le “gravine”, le “lame”, i “valloni” con profilo a “U” non recano i segni del flusso idrico sul fondo. Però i loro fianchi sono segnati da innumerevoli cavità di interstrato generalmente poco più alte di qualche decimetro ma molto allungate e approfondite in orizzontale; in esse la calcarenite ha perso la consistenza originale ed è sabbia, sciolta, a tutti gli effetti. Molte di quelle cavità sono state riutilizzate, una volta allargate all’Uomo, per ospitare interi villaggi rupestri, come quelli famosi della gravina della Madonna della Scala di Massafra, della gravina di Petruscio di Mottola, della gravina di Riggio e del vallone di Fantiano entrambi in agro di Grottaglie. Queste forme del paesaggio, non sono uguali alle prime: il flusso d’acqua è stato interstiziale lungo le superfici di strato delle calcareniti, dove la permeabilità è relativamente maggiore, tanto che lì l’alterazione e la dissoluzione carsica ad opere delle acque è stata concentrata al punto da far perdere le originali caratteristiche litologiche e da creare i vuoti che hanno favorito i crolli che diffusamente ne segnano i fianchi.
Queste “gravine”, “lame” e “valloni” sono classificabili invece con un termine inglese, sapping valleys, di difficile traduzione italiana: “valli da degradazione di interstrato”.
Ecosistemi
ll Parco, dopo l’ultima modifica istituzionale, ha un’estensione di 25.287 ettari ricompresi entro i confini dei comuni di Ginosa, Laterza, Castellaneta, Palagianello, Mottola, Palagiano, Massafra, Statte, Crispiano, Martina Franca, Montemesola, Grottaglie e San Marzano di San Giuseppe in provincia di Taranto, e Villa Castelli in provincia di Brindisi.
Il Parco Naturale Regionale “Terra delle Gravine, è la terza area protetta pugliese dopo il Parco Naturale del Gargano e quello dell’Alta Murgia e protegge un’estesa area che si snoda per quasi tutto il territorio provinciale da Ovest ad Est e che presenta importanti valori storici, antropologici, culturali, paesaggistici e naturalistici: gli agroecosistemi a colture estensive come gli uliveti secolari, i seminativi, i pascoli, gli habitat steppici, le foreste a fragno, roverella e leccio, la macchia mediterranea, la gariga, gli ambienti rupicoli, le aree umide.
Tra gli elementi naturali più significativi e spettacolari sono da segnalare le “gravine” che danno il nome all’area protetta e che caratterizzano l’anfiteatro tarantino: si tratta di imponenti incisioni carsiche nei terrazzamenti calcarei e calcarenitici dell’altopiano delle Murge che hanno avuto origine a partire da circa 125.000 anni fa. Assai diffusi gli habitat steppici e di gariga che conservano specie di interesse conservazionistico come il Lino delle fate (Stipa austroitalica ssp. austroitalica) e numerose specie di orchidee.
Molto diffusa è la presenza di macchia mediterranea, sia alta che bassa, che in molti casi rappresenta una successione secondaria di vegetazione spontanea e legata ai millenari interventi sul territorio effettuati dall’uomo. Rilevante anche la presenza di boschi cedui di Fragno (la tipica quercia pugliese) consociato a Roverella, Orniello, Carpino bianco e nero, Frassino meridionale, Acero minore e nelle stazioni più calde e rustiche il Leccio. Tra i boschi vanno segnalati anche quelli a Pino d’Aleppo, sia di natura antropica, che quelli rinvenienti sui fianchi di alcune gravine, come quella di Montecamplo, probabilmente indigeni. Particolarmente importanti sono gli habitat rupestri, che sono quelli che di meno hanno risentito delle trasformazioni antropiche e che custodiscono ancora specie di notevole interesse conservazionistico e fitogeografico, a testimonianza delle tormentate vicende geologiche del territorio e che permettono di gettare uno sguardo su flore appartenenti a contesti transnazionali (Balcani ed Egeo).
Nonostante l’ambiente arido e siccitoso non è trascurabile la presenza di zone umide, in particolare sul fondo delle gravine, sotto forma di torrenti, e di carattere stagionale.
La nostra Penisola, che dalla fine del Cretaceo a tutto il Pleistocene ed oltre andava gradatamente ad emergere dal fondo dei mari terziari, risentiva delle variabili condizioni climatiche che si andavano instaurando e diventava terra di colonizzazione per specie provenienti oltre che dall’Europa centro-settentrionale anche dall’Asia e dall’ Africa, giovandosi in larga misura di questi collegamenti per il passaggio e lo stanziamento delle flore e delle faune.
All’accattivante aspetto geomorfologico si affianca quello vegetazionale e faunistico, non meno interessanti perché è doveroso premettere che Italia e Francia- segnatamente la nostra Penisola per ciò che riguarda le estreme regioni meridionali – presentano un numero di forme e di razze floro-faunistiche maggiore che il rimanente d’Europa, ed in genere di tutta la zona Paleartica.
Specie nei territori del meridione d’Italia, infatti, sono arrivate ed hanno fatto capo in gran numero i costituenti dei flussi di migrazione, da oriente ad occidente, provenienti dalle tre sole vie seguite nei vari periodi geologici: la via Meridionale o Africo-Iberica, la via Centrale o Egeo-Dinarica-Piemontese, ed infine la via Settentrionale o Siberio-Russa.
In particolare la Puglia, a causa dell’ampio collegamento che ebbe nel Miocene con la grande “placca continentale paleoegeica”, fu resa ricca di specie e di forme floro-faunistiche a distribuzione egeica, sud-balcanica e orientale, con un dovizioso contingente di specie balcaniche (transadriatiche) ed egeiche (transjoniche), segnatamente per quanto riguarda l’area delle Murge centro-meridionali, quella delle gravine e la Penisola Salentina. Per non parlare poi del fatto che accanto a questo, devonsi aggiungere numerose altre, come le eurasiatiche, le pontiche, in uno a quelle più marcatamente europee, ed ancora le appenniniche, le mediterranee, ed altre ancora a completare un quadro già abbastanza nutrito.
Le gravine, in particolare, hanno assunto una grande importanza fitogeografica e zoogeografica che si aggiunge a quella floro-faunistica, proprio perché dotate di particolari condizioni fisiche, geomorfologiche e bioclimatiche, con innumerevoli “nicchie ecologiche” in cui si sono insediate, addirittura relitte, flore e faune preziosissime rivenienti, come abbiamo visto, dai più disparati scacchieri geografici.
Così, l’ambiente delle gravine non costituisce certo un’area ecologica omogenea. È infatti estremamente interessante assistere alla coesistenza, anche in pochi metri, di ambienti tanto diversi, come greppi rocciosi ed assolati, rupi umide e stillicidiose (es.: greppo destro gravina di Laterza, al “Passo di Giacobbe”), boschi, prati aridi, siepi, pantani ed effimeri torrenti, aree a macchia e pietraie, cavità e grotte più o meno umide ed ombrose, antichi orti e giardini abbandonati, prati fioriti e ruderi, cascate d’acqua (es.: gravina di Riggio-Grottaglie).
Altra rilevante caratteristica è data dal fatto che le gravine possono fare da “canale di penetrazione” nell’entroterra di specie floristiche ad areale generalmente paralitoraneo, che possono così ritrovarsi sin nel cuore della Murgia, e comunque costituire sicuro ostello per specie floro-faunistiche ormai scomparse nelle aree circostanti.
Notevole, infine, il ritrovamento sul fondo delle gravine di specie mesofile che di norma vivono a quote superiori ai 500 metri (per il ben noto fenomeno dell’“inversione termica”), come il Carpino nero (Ostrya carpinifolia), il Carpino orientale (Carpinus orientalis) a gravitazione transadriatica, l’Acero minore (Acer monspessulanum).
Vegetazione
L’area delle Gravine dell’arco ionico conserva ancora discrete estensioni boschive dominate dal fragno (Quercus trojana) e, nelle stazioni più calde e secche, dal leccio (Quercus ilex).
Marginalmente sono presenti i querceti a roverella sensu latu (Quercus pubescens, Quercus virgiliana, Quercus dalechampii, Quercus amplifolia) e le pinete a pino d’Aleppo (Pinus halepensis).
Le aree pseudosteppiche hanno una notevole estensione, anche se minore rispetto alla vicina Alta Murgia, e si rinvengono soprattutto nell’intervallo altitudinale compreso tra 300 e 400 m s.l.m.
Un aspetto particolarmente interessante, che determina la creazione di ambienti caratteristici, è rappresentato dalla presenza di uno spiccato gradiente termico all’interno delle gravine.
Questo fa sì che, procedendo dal margine superiore verso il fondo, si susseguano comunità vegetali che necessitano di un maggiore grado di umidità, il che da luogo alla base alla formazione di una vegetazione tipicamente mesofila.
Qui la vegetazione spontanea d’interesse forestale è rappresentata da:
– praterie termo-xerofile, costituite da aggruppamenti di specie dell’alleanza Thero-Brachypodion Br. Bl. 1925;
– macchie e macchie-foreste termo-xerofile e termo-xerotolleranti, dominate dal Leccio (Quercus ilex L.) cui sono associati l’Acero minore (Acer monspessulanum L.), l’Orniello (Fraxinus ornus L.) e la Roverella (Quercus pubescens Willd.), dell’alleanza del Quercion ilicis Br. Bl. (1931) 1936;
– macchie e macchie-foreste mesofile, dominate dal Fragno (Quercus trojana Webb.) e dalla Roverella (Quercus pubescens Willd.), dell’alleanza del Quercion frainetto s.l.;
– foreste termo-xerofile, di Pino d’Aleppo (Pinus halepensis Mill.), con denso sottobosco dominato dal Lentisco (Pistacia lentiscus L.), dell’alleanza Oleo Ceratonion Br. Bl. 1936 em. Riv. Mart. 1975.
Da un punto di vista biogeografico, l’area delle gravine dell’arco ionico ricade nella zona di transizione fra il Settore Apulo della provincia Adriatica (Regione mediterranea, Subregione Mediterranea Orientale) e il Settore Costiero italiano Occidentale della provincia Italo-Tirrenica (Regione Mediterranea, Subregione Mediterranea Occidentale).
Le entità della flora della gravine sono a prevalente distribuzione mediterranea: stenomediterranee, eurimediterranee, E-mediteranee, W-mediterranee. Altri corotipi sono: euroasiatiche, paleotemeprate, europee, endemiche, cosmopolite e avventizie.
Le forme biologiche corrispondenti alla flora sono principalmente: emicriptofite, terofite, geofite, fanerofite, camefite, nanofanerofite e idrofite.
Le entità mediterraneo-orientali permettono di confermare l’ipotesi paleogeografica e fitogeografica avanzata per la Puglia meridionale, dalal Francini Corti (1953, 1966, 1967) con riferimento all’ampio collegamento terrestre che si creò nel Miocene medio tra quest’area pugliese e la parte meridionale delle terre dell’Egeo. Tale collegamento avrebbe permesso infatti la migrazione di numerose specie con esigenze ecologiche diverse, alcune delel quali avrebbero trovato nelle gravine, grazie ai numerosi microambienti che le caratterizza, importanti stazioni di rifugio.
In questo contesto di specie orientali risulta, non poco significativo peraltro, il contingente di elementi mediterraneo occidentali, legato alla particolare posizione geografica del territorio delle gravine, che si trova al confine tra la Puglia e la Basilicata costituendo un ponte tra i due settori biogeografici. Fra queste si ricordano: Satureja montana L. subsp. montana, Phagnalon saxatile (L.) Cass., Phagnalon rupestre (L.) DC. subsp. illyricum (H. Lindb.) Ginzb., Trachelium coeruleum L., Coronilla valentina L., Potentilla hirta L., Antirrhinum majus L., Echium asperrimum Lam., Acanthus mollis L. subsp. mollis, Linaria reflexa (L.) Desf., Minuartia mediterranea (Link) K. Maly, Crepis leontodontoides All., Ophrys bombyliflora Link.
Significativo è il numero di specie endemiche, fra cui alcune con areale molto ristretto come Rhaponticoides centaurium (L.) M. V. Agab. & Greuter, endemica dell’Italia meridionale, la cui presenza in Puglia è strettamente localizzata sul Gargano e nell’area murgiana, dov’è in via di rarefazione ed è nota per la sola stazione di Laterza.; Centaurea subtilis Bertol., endemismo apulo-lucano, molto raro, noto per la stazione di Laterza, i dintorni di Matera e per il Gargano; Centaurea brulla Greuter, appartenente al ciclo di Centaurea deusta Ten., ed Arum apulum (Carano) P.C. Boyce, entrambe endemiche dell’area murgiana; Biscutella incana Ten., specie molto rara localizzata esclusivamente nella Calabria settentrionale, probabilmente scomparsa nelle stazioni delle gravine del tarantino; Ophrys tarentina Gölz & H.R. Reinhard, molto rara, segnalata per le province di Taranto, Matera, Brindisi e Cosenza.
Fauna
La valenza faunistica dell’area va ben oltre i confini regionali e nazionali. Il sito è, infatti, molto importante per la presenza di specie quali il Lanario (Falco biarmicus), il Grillaio (Falco naumanni), il Biancone (Circaetus gallicus), il Gufo reale (Bubo bubo) ed il Capovaccaio (Neophron percnopterus).
In aggiunta, le gravine dell’arco ionico presentano un’elevata ricchezza di altre specie di rapaci, sia diurni che notturni, quali: Gheppio (Falco tinnunculus), Barbagianni (Tyto alba), Civetta (Athena noctua), Gufo comune (Asio otus) e Assiolo (Otus scops).
Gli ambienti rupicoli ospitano il Passero solitario (Monticola solitarius), la Ghiandaia marina (Coracias garrulus), il Corvo imperiale (Corvus corax), la Monachella (Oenanthe hispanica) e lo Zigolo capinero (Emberiza melanocephala); quest’ultimo di particolare valore biogeografico.
Di particolare interesse è la presenza sia dell’Istrice (Hystrix cristata) che, al contrario di ciò che avviene nel resto del territorio italiano, in Puglia mostra una contrazione dell’areale distributivo, sia del Gatto selvatico (Felis silvestris), di cui comunque non sono note osservazioni recenti.
Il contesto ambientale ancora in buono stato rende possibile la presenza di numerose altre specie di mammiferi come il Tasso (Meles meles), la Volpe (Vulpes vulpes), la Faina (Martes foina) e la Donnola (Mustela nivalis), che, anche se presenti in tutta la regione, trovano in quest’area popolazioni più ricche ed abbondanti.
Per quanto riguarda i Chirotteri le gravine ospitano importanti popolazioni di Rinolofo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum), Rinolofo minore (Rhinolophus hypposideros), Rinolofo Euriale (Rhinolophus euryale), Vespertilio di Blyth (Myotis blythii), Vespertilio maggiore (Myotis myotis), Miniottero di Schreiber (Miniopterus schreibersii) e Vespertilio di Capaccini (Myotis capaccini), mentre il Rinolofo di Mèhely (Rhinolophus mèhely) è attualmente da considerarsi estinto.
Le conoscenze erpetologiche anche se in parte carenti, sono certamente le più complete ed evidenziano come l’area in questione sia, insieme al Gargano, una delle più ricche della regione. Particolarmente interessanti sono la presenza di specie di origine balcanica come il Geco di Kotschy (Cyrtopodion kotschyi) ed il Colubro leopardino (Zamenis situla).
Gli habitat presenti sul fondo delle gravine, caratterizzati nei mesi più piovosi dalla presenza di raccolte di acqua temporanea, sono il rifugio ideale di numerose specie di anfibi altrove rari, come l’Ululone appenninico (Bombina pachypus), il Tritone italico (Lissotriton italicus), la Raganella italiana (Hyla intermedia) e alcuni rettili tra cui soprattutto la Natrice tassellata (Natrix tessellata).
Il mondo degli invertebrati è assai meno conosciuto. Esistono diffuse popolazioni di granchio di fiume (Potamon fluviatile) e sono presenti specie di notevole interesse biogeografico o conservazionistico come: Melanargia arge e Zerynthia cassandra tra i Lepidotteri, Saga pedo e Prionotropis appula tra gli Ortotteri e Lydus trimaculatus italicus tra i Coleotteri.

Gravina di Sant’Andrea, la meraviglia frequentata dal Neolitico fino al ‘900
La Gravina di Sant’Andrea, situata alle pendici di Montemesola, rappresenta uno dei contesti naturalistici e storico‑culturali più significativi del Parco Naturale Regionale Terra delle Gravine. Il sito conserva un patrimonio rupestre di grande valore, testimonianza delle comunità che lo hanno frequentato sin dal Neolitico e fino alla seconda metà del Novecento.
Patrimonio storico e insediamento rupestre
La Gravina custodisce uno dei più estesi frantoi ipogei della Puglia, elemento centrale dell’economia agricola tradizionale. Nel XIX secolo l’area fu oggetto di interventi di valorizzazione da parte della famiglia Saraceno, che fece edificare il Palazzo Marchesale, oggi riferimento storico del territorio comunale.
Biodiversità e paesaggio
La conformazione della Gravina favorisce la presenza di habitat naturali diversificati, con specie vegetali e faunistiche tipiche dell’ecosistema mediterraneo. Nei periodi piovosi, il sito è caratterizzato dalla formazione di una cascata naturale che arricchisce ulteriormente il paesaggio.

Valore per il territorio Montedoro
La Gravina di Sant’Andrea costituisce un elemento identitario per Montemesola e per l’intero territorio dell’Unione dei Comuni Montedoro, integrando:
- valore ambientale – tutela della biodiversità e del paesaggio;
- valore storico‑culturale – presenza di insediamenti rupestri e architetture storiche;
- valore turistico‑educativo – percorsi di visita, attività di divulgazione e fruizione sostenibile.
Ultimo aggiornamento
7 Agosto 2026, 12:42
Unione dei Comuni Montedoro 